La famiglia di San Luigi

La madre - Marta Tana

La madre - Marta Tana

Si sa che era figlia di Baldassarre, conte di Sàntena (di Chieri) e di Anna della Rovere, ma non si sa nulla della sua infanzia. La si incontra, all'età di circa 20 anni, in viaggio verso la Spagna quale damigella d'onore ed amica di Elisabetta di Francia (che gli spagnoli chiameranno poi Isabella), promessa sposa del grande re, Filippo II.
Ferrante, presente alla corte di Madrid con titolo ed ufficio di "gentiluomo" del re, fu colpito d'ammirazione per la "damigella preferita" della regina e, pur potendo scegliere tra le parenti più dirette del sovrano, persistette nella sua simpatia fino a chiederla in sposa. Marta Tana visse a lungo, riunendo in se grandi doti di fedeltà, di virilità, di pazienza nel seguire con docilità l'irrequieta vita dello sposo e di capacità di prendere decisioni impegnative, in caso di necessità.

La madre - Marta Tana

Fu costante punto di riferimento di Ferrante, affettuoso sposo e padre, ma incorreggibile giocatore d'azzardo, mai pago di viaggiare ed incapace di rifiutare incarichi anche onerosi. Marta Tana curò la prole, sostenne le sorti del marchesato in momenti difficili; seguì il marito in missioni diplomatiche e lo assistette nella sua morte. Per la famiglia sopportò fatiche, si prodigò in opere di mediazione pacificatrice. Pregustò la gioia, alla fine della sua vita, dell'imminente beatificazione del figlio Luigi, e questo compensò le innumerevoli sofferenze a cui, quasi miracolosamente sopravvisse, per la morte di ben 6 degli 8 figli. Marta Tana morì il 26 aprile 1605 e il suo corpo riposò a lungo nella quiete del convento di S. Maria. Oggi, giustamente, la vediamo sepolta ai piedi dell'altare centrale della chiesa parrocchiale, il Duomo.

Il padre - Ferrante Gonzaga

Figlio di Luigi Alessandro Gonzaga e di Caterina Anguissola di Piacenza, nacque il 28 Luglio 1543 secondo di tre fratelli. Trascorse la giovinezza tra Piacenza e Parma, sotto la guida dello zio Giovanni Anguissola. All'età di 16 anni andò nelle Fiandre, iniziando il suo lungo servizio al seguito del re Filippo II di Spagna. Cercò di emulare le imprese cavalleresche del padre e del nonno, ma vi si era dedicato con scarsa convinzione. Dopo essere intervenuto in alcune campagne militari, depose le armi.
Ferrante fu un personaggio dinamico, ricco di doti sia come condottiero che come diplomatico. Svolse la sua attività soprattutto a servizio di Filippo II di Spagna, ma non lesinò servizi all'imperatore, che lo elogiò per la sua diplomazia, e si prestò con generosità, non sempre adeguatamente riconosciuta, per i numerosi incarichi affidatigli dal duca Guglielmo di Mantova, suo parente di più alto grado. Egli venne giudicato uno dei migliori fra i Gonzaga che ressero Castiglione. Pare, infatti, che tra lui ed i suoi sudditi i rapporti fossero stati sempre pressoché buoni. C'erano, però, due spine in lui che raramente lo lasciavano in pace: la passione per il gioco d'azzardo e la gotta. Pur essendo "gentiluomo compito, versatissimo negli affari" era anche "giocatore impenitente che perdeva spesso ingenti somme", per cui si vide costretto in alcuni momenti a "prestiti usurai". Le finanze del marchesato, alla sua morte, non erano affatto rassicuranti: fu questa una triste eredità lasciata a Rodolfo
La gotta che lo aveva perseguitato per buona parte della vita, lo accompagnò fino alla tomba.

La malattia di Ferrante assunse toni sempre più preoccupanti, fino a portarlo a cambiamenti radicali di vita. Era sempre stato un cattolico praticante, ma nei pochi giorni che ancora gli rimanevano da vivere, si fece molto più severo con sé stesso. Abbandonò ogni frivola occupazione, ogni forma di svago, compreso il gioco, e rivolse lo spirito a Dio che sentiva ormai vicino. Chiuso nella sua stanza, assistito dalla moglie e dal fedele cameriere Clemente Ghisoni, si fece portare il crocifisso che Luigi gli aveva lasciato e chiese perdono a Dio per i suoi peccati.
Il 13 febbraio 1586 rese l'anima a Dio, assistito da padre Francesco Gonzaga, suo parente. La salma giunse a Castiglione la sera del 15 e fu temporaneamente posta nella chiesetta del convento di San Pietro. Il giorno dopo si celebrarono le esequie in forma sobria e discreta nella chiesa parrocchiale. Il mattino del 17 febbraio Rodolfo accompagnò il padre nel suo ultimo viaggio a Mantova dove, per espressa volontà testamentaria, fu vestito del saio francescano e sepolto nella chiesa di San Francesco.

Rodolfo

Rodolfo non aveva compiuto i 17 anni quando si trovò sulle spalle l'onere del governo di Castiglione. Il padre, prima di morire, gli aveva posto a fianco, come tutori, la moglie e il fratello Alfonso, signore di Castel Goffredo. La compitezza e la scrupolosità con cui adempì ai voleri paterni circa la sepoltura, gli impegni messi per iscritto di fare del suo meglio per il buon governo del marchesato avevano dato, all'inizio, l'idea che il giovane fosse ben disposto ad accogliere con docilità i consigli dei superiori. In seguito, fu soprattutto il parente Vincenzo, duca di Mantova, ad accorgersi di non potergli dettare legge con facilità. 
Nella domenica 3 gennaio 1593 Rodolfo fu ucciso con un archibugio, mentre si recava alla S. Messa nella chiesa parrocchiale di Castel Goffredo con la moglie e la maggiore delle quattro figlie, Cinzia. Il suo corpo, trascinato su un mucchio di terra nel mezzo della piazza, fu oggetto di oltraggi e vituperi indicibili; il suo palazzo di Castel Goffredo fu saccheggiato; la moglie fu separata dalle figlie (la maggiore aveva 4 anni e la minore Gridonia, 3 mesi) e messa in prigione con i fedeli collaboratori del defunto marchese. Il giorno stesso dell’assassinio arrivarono sul posto con sorprendente tempestività 40 cavalieri e 200 fanti mandati dal duca “per garantire l’ordine pubblico". Solo dopo 5 giorni il corpo di Rodolfo fu consegnato alla madre che inutilmente si era recata a Castel Goffredo per averlo. Le esequie avvennero l'8 gennaio. 
La riabilitazione di Rodolfo avvenne finalmente il 2 dicembre del 1599 e poté essere effettuata con cerimonia solenne il 14 gennaio 1600. Essa fu dovuta principalmente a Francesco, sul piano diplomatico, ed alla madre la cui fede e forza d'animo erano ben note anche oltre i confini del Mantovano. Forse Rodolfo merita un giudizio meno severo di quello che la storia gli ha attribuito. Non dimentichiamo che il primo ritratto che fu diffuso di lui era quello dipinto dal duca di Mantova, il quale non aveva nessun interesse ad usare tinte delicate.

Ferdinando

Fu il terzogenito di casa Gonzaga, accolto con gioia il 15 aprile del 1570 quale conferma che le preoccupazioni per la successione del marchesato erano destinate a scomparire. Marta Tana rinnovò perciò con grande riconoscenza il suo desiderio di avere un figlio consacrato a Dio.  
Era allora consuetudine delle famiglie nobili con più figli che almeno uno di essi abbracciasse la carriera ecclesiastica. Ferdinando non visse a lungo. All'età di 7 anni la sua esistenza fu stroncata da una delle frequenti malattie infettive per le quali, purtroppo, non si conoscevano rimedi efficaci. Nello stesso giorno della morte, il 9 maggio 1577, fu sepolto nella chiesa di San Sebastiano in Castello. "Vivat felix in aeternum!” (atto di Battesimo)

Carlo

Carlo nacque il 19 luglio 1572, mentre fervevano i lavori di sistemazione della Rocca e del Castello e si stava attuando l'iniziativa del marchese Ferrante di trasferire la sua residenza in un edificio dagli ambienti più ampi e confortevoli, situato ai piedi della collina. Probabilmente si trattava del palazzo, detto poi "del Principe", attuale Pretura, situato in via Pretorio. Da poco meno di un anno, Castiglione era stato innalzato a marchesato ed il dominus meritava una più degna abitazione. 

Carlo morì il 23 agosto 1574 a soli due anni, probabilmente a causa di un'epidemia, da cui Ferrante non riuscì a preservare totalmente Castiglione, nonostante i saggi ordini impartiti. Il sospetto di epidemia é dettato dal fatto che il piccolo fu sepolto a poche ore dalla morte, verso il tramonto dello stesso giorno, quasi sicuramente nella chiesa di San Sebastiano in Castello.

Isabella

In casa Gonzaga il dolore per la morte del piccolo Carlo fu superata grazie ad una nuova nascita. Dopo neppure due mesi Marta Tana dava alla luce Isabella, prima femmina dopo quattro maschi e unica figlia della famiglia Gonzaga. In donna Marta Tana era ancor vivo l'affetto per la buona regina Isabella (Elisabetta di Valois), che ella aveva assistito fino al parto della primogenita: Isabella Clara Eugenia. Il passato fu quindi determinante nella scelta del nome da dare alla neonata. Legata al passato c'era anche un'ambiziosa speranza: quella di unire le sorti della figlia a quelle della discendenza dell'amata regina. Questo emerge da quanto é scritto nell'atto di battesimo e dai fatti che accaddero successivamente. All'infante Isabella Clara Eugenia fu dunque chiesto di essere "commadre" (madrina) della piccola Isabella. In nome dell'antico legame affettivo ella accettò e si fece rappresentare “per questo ufficio” dall’illustrissima Ippolita moglie di Alfonso Gonzaga Signore di Castel Goffredo, che, perciò, "fu ricevuta regolarmente". 
Quando Isabella Gonzaga con tutta la famiglia andò in Spagna, nel 1582, la sua sorte si rivelò conforme alle speranze coltivate per anni dai genitori. Isabella divenne damigella (aveva solo 8 anni) dell'Infante Isabella C. E. e prestò questo servizio fino alla sua morte. Nel 1584, prima che ripartissero definitivamente per Castiglione, ella salutò la madre e i fratelli per l'ultima volta. Morì circondata d'affetto ma lontana dai suoi e con nell'animo l'angoscia per la tragica fine del fratello Rodolfo, per le sorti della sua famiglia e per la sopravvivenza del suo piccolo feudo. Fu sepolta a l'Escorial nell'ottobre del 1593. 

Francesco

L'8 febbraio 1593, ad un mese circa dall'uccisione del fratello Rodolfo, giunse finalmente a Castiglione, a tarda sera, il giovane marchese Francesco, nato il 27 aprile 1577 in un momento relativamente tranquillo per Ferrante e la sua famiglia. Dall'età di 12 anni Francesco visse a Praga come paggio dell'imperatore, per essere avviato alla carriera diplomatica. Attualmente la statua è conservata nell'atrio di Palazzo Bondoni.
Grazie al lavoro diplomatico svolto con serietà e competenza presso la Santa Sede, quale messo cesareo, Francesco ebbe modo di accrescere l'onore della famiglia ed il prestigio del marchesato. Il 26 settembre 1605 fu beatificato dal fratello Luigi. Favorì la fondazione del Nobile Collegio delle Vergini di Gesù, impostato sul modello del Collegio di Hall, nei pressi di Innsbruch, secondo il desiderio della nipote Cinzia. 
Nel 1608 iniziarono i lavori per la costruzione del Collegio dei Gesuiti (attuale sede del Comune) che erano stati chiamati per fornire una guida spirituale alle "signore", secondo il loro esplicito desiderio. In quei tempi l'ordine di S. Ignazio si dibatteva in varie difficoltà per l'espulsione dal territorio veneto; l'invitarli a Castiglione costituì, per loro, l'auspicata soluzione ad alcuni dei gravi problemi. Annesso al Collegio dei Gesuiti fu innalzato il Santuario di S. Luigi, il quale fu beatificato da Papa Paolo V nel 1610, anno in cui giunse a Castiglione la preziosa reliquia del Beato, esposta in questa chiesa per la pubblica venerazione. 
La brillante carriera politico-diplomatica di Francesco gli procurò varie soddisfazioni: fu insignito del prestigioso titolo di Cavaliere dell'ordine del Toson d'oro; ricevette il titolo di "principe" di Castiglione delle Stiviere con relativi privilegi e prerogative (10/4/1610) e il titolo di "Città" per Castiglione (23/10/1612) dall'imperatore Mattia. 
Durante le frequenti permanenze presso la corte imperiale, per risolvere la controversia su Castel Goffredo, Francesco imparò l’arte della diplomazia, del tessere trame con infinita pazienza e perseveranza. Le sue capacità gli permisero non solo di superare le precarie condizioni in cui versava il feudo, ma anche di opporre all'agguerrito duca di Mantova una resistenza "alla pari", in una lotta che avrebbe esaurito un veterano della diplomazia di corte. 
L'imperatore, che aveva avuto modo di apprezzare le sue doti di negoziatore, dopo averlo messo alla prova in alcune missioni, lo giudicò capace di svolgere incarichi di grande fiducia. Lo nominò perciò ambasciatore, straordinario prima e ordinario poi, alla corte papale. 
A quasi 40 anni egli pose fine alla sua intensa vita, stroncato da una malattia che lo affliggeva e a cui non aveva più la forza di reagire. Il suo corpo fu tumulato in abito cappuccino, accanto a quello della moglie nella chiesa francescana di Castiglione.

Cristierno

Quando Cristierno nacque il marchese, suo padre, non ottenne dal duca Guglielmo la licenza di lasciare il Monferrato dove bastava una minima attenuazione della guardia perché la situazione esplodesse. In cambio il duca concesse che suo figlio Vincenzo II facesse da compare al battezzando. "Sit felix, atque Deo semper placens !" è l'augurio che troviamo scritto nell'atto di Battesimo.
Di questo augurio Cristierno ebbe proprio bisogno, perché la sua vita fu avara delle gioie che normalmente la sostengono, cioè della stima dei parenti, dell'affetto dei familiari, della cordialità dei vicini; e questo, quasi sicuramente per il suo incorreggibile carattere. Fu ambizioso e diffidente; un contemporaneo lo definì "sospettosissimo"; fu odiato dai suoi sudditi, che attentarono più volte alla sua vita, e dai suoi stessi familiari. Assunse il governo di Solferino nel 1602. Il piccolo borgo non gli dava però molto da fare, ed egli non cercò di occupare in modo fruttuoso la sua libertà dagli incarichi di governo.
Cristierno, infatti, non fu un governatore accorto. Dal padre ereditò la malattia della gotta, il brutto vizio del gioco d'azzardo, ma non la capacità di farsi ben volere dal popolo. Se si eccettua il restauro della Rocca, a lui non si attribuiscono altre opere di rilievo, nonostante i 28 anni di governo. Fin dall'inizio i suoi metodi violenti e dispotici gli alienarono le simpatie dei solferinesi che non mutarono nel corso degli anni. 

Diego

L'ultimo figlio della famiglia Gonzaga nacque durante il costoso viaggio, intrapreso dall'intera famiglia nel 1581, per accompagnare l’imperatrice d'Austria in visita al fratello Filippo II di Spagna.
Mentre Ferrante riusciva a risolvere felicemente gli affari economici, per i quali si era assunto una simile fatica e cercava di raggiungere i sovrani a Lisbona, la moglie Marta Tana rimaneva nell'alloggio, affittato a Madrid, vicino ai figli impegnati come "paggi di corte". Qui nacque Diego nel settembre del 1582. La famiglia fece ritorno a Castiglione nel 1584, negli ultimi giorni di maggio, dopo tre anni di assenza, accolta festosamente dai sudditi.
Quando suo padre morì, il piccolo Diego non aveva ancora 4 anni. La madre tenne gelosamente presso di se questo figlio, affidato alla sua tutela fino al raggiungimento del 16esimo anno di età; su di lui riversò tutto il suo affetto e la sua consolazione per le numerose vicende che la fecero soffrire: la morte del marito, la morte di Luigi, pianta due volte per un falso annuncio, la tragica fine di Rodolfo, la morte di Isabella lontana da casa, la separazione da Francesco e da Cristierno educati presso le varie corti. Ma fu proprio Diego il figlio col quale visse la più grave tragedia, che straziò il suo cuore di madre. Diego, che fu sepolto il 7 settembre del 1597, nella chiesa di San Sebastiano in Castello a soli 15 anni.